IL CONTRIBUTO DI JOY BYERS

Il contributo dell'autrice Joy Byers - moglie del noto produttore Bob Johnston - alla carriera di Elvis consiste in una quindicina di brani dal valore altalenante. Accanto a pezzi del calibro di C'mon Everybody, Let Yourself Go e, soprattutto It Hurts Me ce ne sono infatti alcuni di buon livello come Goin' Home e So Close Yet So Far (From Paradise) e infine altri che vengono generalmente considerati tra i più deboli rintracciabili nel ricchissimo catalogo dell'artista. Cito, tra questi, Hey Hey Hey, I've Got To Find My Baby, Hard Knocks e Baby If You'll Give Me All Of Your Love, tutti indissolubilmente legati alla lunga parentesi holliwoodiana di Elvis, prescindendo dalla quale non avrebbero avuto ragione di esistere. Da ragazzino, quando mi imbattevo in una canzone del mio idolo che non mi piaceva, avevo l'abitudine di andare a controllare sull'etichetta del disco chi l'avesse scritta: confesso che Byers saltava ai miei occhi con una certa frequenza. Superfluo, ma doveroso, sottolineare che Joy scriveva - magari facendosi dare una mano dal marito o da altri compositori - rispettando le direttive e i rigidi schemi imposti dalle esigenze di copione, e che non le venivano richiesti dei capolavori. Quanto alla meravigliosa It Hurts Me, una canzone molto amata dagli appassionati, fu la stessa Joy Byers a confessare che ne compose ben poco, dando praticamente tutto il merito a Charlie Daniels, che ne scrisse la totalità della musica e la gran parte del testo. Questo almeno è quanto possiamo appurare sul bellissimo e sottovalutato libro targato Follow That Dream Writing For The King. Dico questo perché una volta Bob Johnston dichiarò che i brani accreditati a sua moglie erano stati realizzati a quattro mani, oppure da lui in solitaria. Davvero curioso, perché tornando all'appena citato volume della FTD, pur riconoscendo i meriti del consorte la Byers sembra pensarla diversamente, arrivando a precisare che So Close Yet So Far fu tutta farina del suo sacco ad eccezione del ponte, composto insieme al talentuoso Johnston.

Joy Byers è scomparsa alcuni mesi fa. Non ne sapevo nulla e dedico questo breve articolo a lei.

ELVIS E I PINK FLOYD

Tornando un momento ai lontani giorni in cui furono pubblicati From Memphis To Vegas / From Vegas To Memphis e Ummagumma, fu Elvis Presley ad ispirare i Pink Floyd o è vero il contrario? Considerando che dal punto di vista musicale questi dischi sembrano appartenere a due galassie diverse, quanto ho appena scritto potrebbe sembrare un'assurdità, eppure... Due doppi album, entrambi emessi nell'ottobre del 1969 - a circa quindici giorni di distanza l'uno dall'altro - con i primi due lati registrati dal vivo (ad aprile e maggio i Floyd, in agosto Elvis) e i restanti due in studio (gennaio e febbraio Elvis, agosto e settembre i Pink Floyd). Davvero curioso, non è vero? Probabilmente si trattò di una coincidenza, di vero c'è che Ummagumma esiste ancora, in un'edizione conforme a quella dell'antico long playing, mentre il bellissimo disco di Elvis venne ben presto scomposto e mai più riassemblato. Questa è una delle tante macchie che costellano la discografia del Re, perché Elvis In Person e Back In Memphis - i due 33 giri poi emessi separatamente dalla Rca - sono facilmente reperibili e in fondo rappresentano le due facce della stessa medaglia, però non è la stessa cosa. Un'opera del passato, bella o brutta che sia, bisognerebbe lasciarla così come era stata concepita Questo vale per un libro, un film, un disco, un dipinto o una statua.

COLONNE E COLONNELLI

Escludendo le varie compilazioni e le numerose soundtracks emesse nel periodo 1962 / 1967, tra Pot Luck e How Great Thou Art  passarono la bellezza di cinque anni: un enorme lasso di tempo, specie durante i sixties, quando c'era la necessità di alimentare costantemente il mercato discografico. Per quanto riguarda Elvis, ai potenziali acquirenti non mancarono mai i suoi prodotti, ma è altrettanto vero che nella maggior parte dei casi si trattava di lavori generati dalle colonne sonore che lui incideva senza soluzione di continuità. Qualcuno se li fece bastare, mentre intorno era tutto un fiorire di Revolver, Highway 61 Revisited e Pet Sounds, ma oggi non si dovrebbe liquidare il discorso affermando che "quei dischi sono di Elvis e lui ha fatto solo cose belle".  D'accordo, ti piace tutto, ma questo non farà di te un appassionato più vero degli altri.

La realtà è che il Colonnello Parker non solo mise il suo protetto nella condizione di fare a meno del proprio, straordinario talento, ma costrinse anche milioni di appassionati ad accontentarsi delle briciole, perché se paragoniamo I've Got To Find My Baby (1965) a Such A Night (1960) di briciole si tratta, una differenza dovremo pur individuarla tra queste due canzoni ed è un po' superficiale liquidare il discorso asserendo che "entrambe sono belle perché è sempre Elvis a cantare". A patto che non siano insormontabili, quando ci innamoriamo lo facciamo prescindendo dai piccoli o grandi difetti che riscontriamo nella persona che abbiamo accanto, che saranno evidenti alla corta o alla lunga distanza. Nessuno è perfetto, fortunatamente, nemmeno Elvis e amare significa anche e soprattutto saper accettare i limiti di qualcuno. 

Chi si recava al cinema negli anni '60 e guardava Elvis muoversi sul grande schermo, lo sentiva cantare Yoga Is As Yoga Does (1966) e Confidence (1967) non stava a pensare alle esigenze di copione e sapeva benissimo di cosa era realmente capace quell'uomo, ma ormai poteva soltanto immaginarlo. Ecco perché Parker va considerato un cialtrone, un uomo dotato di scaltrezza e innegabili capacità, ma per il quale non esistevano confini tra arte e dio denaro. In lui non fu mai possibile rintracciare un barlume di sensibilità artistica, perché non è affatto detto - restando nel decennio preso in considerazione - che Elvis non sarebbe riuscito a guadagnare le stesse cifre facendo quello che gli riusciva meglio.

Oggi le colonne sonore si possono anche decontestualizzare e apprezzare, possiamo prenderle per quelle che sono e godercele, ma non bisognerebbe mai essere troppo benevoli nei confronti di esse. Dopotutto, sono il frutto di costrizione, sciatteria manageriale e rassegnazione, diversamente non sarebbero mai esistite.  Album come Harum Scarum (1965), Paradise, Hawaiian Style (1966) e Double Trouble (1967) non possono essere assimilati ad incidenti di percorso su una strada fatta di grande musica, non rappresentarono eccezioni. Per diversi anni furono la regola, e non è la stessa cosa.

MEMPHIS IN BIANCO E NERO

Vidi il convoglio arrivare da lontano, lento e implacabile come il calare del sole. Quel fiume di metallo era di un bianco accecante, di una bellezza che toglieva il respiro eppure ostile, carico di sentimenti appassiti e poi calpestati dai dispetti del fato. Ecco il nemico che avanza, pensai, adesso ci invade e cambia le nostre vite, ci toglie i colori e il sorriso. Avrei voluto fermarlo, riavvolgere il nastro per spingerlo indietro, ma non ero mai stato bravo a giocare con il tempo. Peccato. Quando l'esercito invasore si fece pericolosamente vicino credetti di eluderlo scappando, ma i miei arti inferiori erano simili a radici piantate nell'asfalto bollente. Poi il sipario calò su Memphis, oscurando il nostro pezzo di cielo dipinto e rimescolando le lacrime cadute nella polvere. Finalmente potei abbassare la guardia e abbandonarmi a quel regale saluto, a quell'ultimo thank you very much non detto. Quel giorno gli amplificatori non dispensarono emozioni, ma sembrò fragoroso come un tuono.
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