RAISED ON ROCK / FOR OL' TIMES SAKE [RECENSIONE]

Due singoli, un album pop e uno a tema religioso, per un totale di 24 canzoni da incidere nel corso di una serie di sessions programmate per l'estate, a sedici mesi di distanza dalle precedenti. Le aspettative della Rca, che in tempi recenti ha rinegoziato il contratto con il suo recording artist più prestigioso sono necessariamente alte, partendo dal presupposto che su Elvis (The Fool Album) erano stati inseriti gli ultimi inediti a disposizione. Sul finire di giugno 1973, dietro probabile suggerimento di un preoccupatissimo Colonnello Parker, la casa discografica manifesta la propria impazienza inviando ad Elvis una lettera che lo mette davanti al fatto compiuto: dovrà presentarsi in studio di registrazione nel mese entrante, riservandosi di decidere se farlo nel Tennessee o in California. Il recalcitrante Re del rock opta per il Tennessee, tornando così ad incidere a Memphis - stavolta nei famosi quanto scarsamente attrezzati studi della Stax Records - dopo circa tre anni e mezzo. Fin dall'inizio rende però nota un'attitudine al lavoro talmente impalpabile da far tornare alla mente i tempi in cui, messo alle strette dai suoi impegni cinematografici, doveva realizzare una colonna sonora dopo l'altra. Alle porte c'è una nuova stagione a Las Vegas, mentre sul piano strettamente personale dense nubi si profilano all'orizzonte. Fatto sta che a queste attesissime sedute di registrazione manca completamente l'inarrestabile slancio creativo del gennaio / febbraio 1969, il dirompente entusiasmo del giugno 1970 e l'urgenza espressiva del marzo 1972. Elvis sembra sopportare a fatica l'eventualità di rendere partecipi gli altri, di esorcizzare i propri demoni interiori attraverso la musica e il risultato finale è penalizzato dal desiderio di serbare le proprie emozioni.

I nodi vengono inevitabilmente al pettine e tutto si risolve in una decisiva disfatta, anche perché il cantante chiude in anticipo le operazioni. Nonostante le previsioni della vigilia, forse troppo ottimistiche, al povero Felton Jarvis non resta altro da fare che preparare basi musicali da riesumare in seguito. Con soli nove master utilizzabili, che non rappresentano neanche la metà della quota prefissata e privato in partenza di I've Got A Thing About You Baby e Take Good Care Of Her selezionate per il nuovo singolo, l'album pop (di quello gospel non ci sarà mai traccia) risulta dunque largamente incompleto. Sarà possibile pubblicare il sofferto Raised On Rock / For Ol' Times Sake soltanto grazie a una session improvvisata svoltasi nell'abitazione di Elvis, a Palm Springs.

Ironicamente, saranno proprio le tre incisioni "casalinghe" (Are You Sincere, I Miss You e Sweet Angelinead apportare l'indispensabile dose di calore a un disco altrimenti sbilanciato e mancante, eccezion fatta per la bella For Ol' Times Sake, di scenari profondi e introspettivi. La scelta del materiale non è oculata e questa sostanziale sciatteria porta un Elvis già scarsamente coinvolto ad assecondare la natura di quanto sta interpretando senza particolari sussulti. Come di consueto, la classe innata rende credibile qualsiasi brano venga sottoposto alla sua attenzione, ma siamo lontani dall'ardore incendiario e dalle esplosioni di ritmo dell' Elvis Country o, per dirla tutta, dal coinvolgimento che avrebbe fatto materializzare perle quali Promised Land e T-R-O-U-B-L-E.

Raised On Rock / For Ol' Times Sake espone alla critica il suo tallone d'Achille, rivelandosi opera generata dalla mancanza d'entusiasmo e dal periodo sofferto di chi l'ha realizzata. Forse proprio per questo ne andrebbe almeno apprezzato l'aspetto puramente documentaristico.

La Raised On Rock di Mark James (già autore di Suspicious Minds) non ce la fa a trasformarsi in un inno al rock 'n' roll, anche se da l'impressione di poter invecchiare serenamente, puntellata da una buona dose di ritmo e abbellita da un evocativo break centrale. Questo prescindendo dal poco interessato tentativo di Elvis di calarsi nei panni del vecchio rocker che ha qualcosa da raccontare alle nuove generazioni.

Stridente il contrasto con la successiva Are You Sincere?, che muove le lancette dell'orologio per farci approdare sulle rive di una mezzanotte dilatata dal dubbio e dalla strisciante gelosia, durante la quale le suggestioni giocano un ruolo spesso distorto. Accompagnato da una strumentazione essenziale, Elvis trasforma un buon successo del passato in uno sfogo solitario che tiene lontano il sonno.

Find Out What's Happening, pressante ultimatum alla lei di turno, è moderatamente ipnotica ma l'accompagnamento musicale sopra le righe fa in modo che la canzone non riesca a scrollarsi di dosso una certa monotonia di fondo.

Con I Miss You si torna alle intime esternazioni notturne, stavolta votate al puro rimpianto, in due minuti di una semplicità disarmante, eppure magici. Molto bella.

Girl Of Mine è la tipica canzone senza troppe pretese, in grado però di solleticare la fantasia dell'artista, che puntualmente si lascia coinvolgere. Con il testo che sembra un messaggio lasciato sul cuscino della persona amata e la sua rilassata atmosfera country, fosse stata incisa nel 1970 avrebbe senz'altro trovato posto sul primo lato di Love Letters From Elvis!

Il fatalismo, la resa incondizionata, l'accettazione del fallimento... Sono tanti i detriti che la splendida For Ol' Times Sake di Tony Joe White dissemina intorno a noi. Ascoltandola si ha la sensazione che Elvis stia cantando da qualche sperduto anfratto della sua anima, e che la forza della sua voce riesca a condurci a lui. Difficile non lasciarsi trasportare dal lento incedere di questa riflessione, che pare rendergli più sopportabile la sofferenza poco prima della fine del suo matrimonio.

Caratterizzata dal botta e risposta fra un Elvis curiosamente indolente e il coro, If You Don't Come Back ha dalla sua una rara coloritura funky e un testo che parla di ritorni invocati e pazzia, ma proprio non riesce ad elevasi al rango di vero e proprio classico.

Sulla falsariga della precedente, Just A Little Bit è ritmata e piacevole, ma sprovvista dell'indispensabile scintilla che le permetta di diventare memorabile.

Le parole di Sweet Angeline, cantata a Palm Springs sull'unica base di Jarvis ad essersi salvata dall'oblio, sono sature di tristezza e malinconia. E' davvero difficile rallegrarsi (come suggerisce lo stesso Elvis), se non per la delicata bellezza del brano, in parte sciupato dalle successive sovraincisioni.

Si chiude con Three Corn Patches, una composizione piuttosto scialba del celebre duo Leiber & Stoller discretamente esaltata dalla buona verve di Elvis, che assecondando una stabile ritmica da l'idea di poter continuare ancora un po', mentre il pezzo sfuma.

Fosse stato fatto senza reali motivazioni, o in tacita ammissione che al suo interno si celassero due diverse anime in conflitto, l'album si sarebbe fregiato di due titoli, posti l'uno sul fronte, l'altro sul retro della copertina. Il fatto di averli stampati sullo stesso scatto fotografico non aiuta a dissipare la convinzione di avere a che fare con un disco nettamente diviso in due. Un disco che alternando alcuni episodi di grande intensità a diversi altri di minore impatto, continua ancora oggi a far discutere gli appassionati.

Recensione pubblicata sul sito ELVIS ITALIAN COLLECTOR CLUB

3 commenti:

  1. Ciao Roberto..praticamente siamo in studio con il Re...album,forse sottovalutato,ma che perde chiaramente il confronto con la session di qualche mese dopo.Offre spunti di classe e gemme preziose,ma anche canzoni dove la scintilla non scocca...ottima come sempre la tua disamina

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  2. Ciao Ivan, grazie. Commento molto interessante, devo dire. In effetti a volte la scintilla non scocca, anche perché Elvis prende decisamente male il fatto di ritrovarsi in studio, e in pratica riesce a mandare a monte una session attesissima! Grazie di nuovo, a presto!

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  3. In memory
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    ++++Keeping Elvis out there is the most important job on Earth.
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